LE STORIE

-STORIA DELL'ALL-STAR GAME

L'All-Star Game, giocato dal 1933, è una delle più importanti tradizioni del Major League Baseball: la prima edizione della Partita delle Stelle fu disputata al Comiskey Park* di Chicago (impianto dei White Sox) e terminò 4-2 per la selezione dell’American League, grazie ad un importante HR di Babe Ruth.
*Il vecchio Comiskey Park fu costruito nel 1910, ma fu sostituito da un nuovo stadio (il nuovo Comiskey Park) nel 1991.
Per quella storica prima partita, due mitici manager guidarono le due squadre dal dugout: per la NL fu scelto John McGraw, per oltre trent'anni tecnico dei New York Giants, per la AL fu chiamato Connie Mack, leggendario allenatore dei Philadelphia Athletics. Nel 1934 fu istituita la regola che ancora oggi è in vigore: all'All-Star Game, i manager sono quelli delle formazioni che hanno disputato le World Series l'anno precedente.
L'All-Star Game diventò ben presto un appuntamento imperdibile per gli appassionati di baseball e fu presto soprannominato "The Mid-Summer Classic"; soltanto nel 1945, a causa della Seconda Guerra Mondiale, la partita delle Stelle fu rinviata. Dal 1959 al 1962 furono giocati (per motivi finanziari) addirittura due All-Star Game stagionali.
Per l'edizione del 2002 era stato preparato un ricordo speciale per Ted Williams, il celeberrimo fuoriclasse dei Red Sox, scomparso qualche giorno prima la disputa della partita: il commissioner del Major League Baseball, infatti, aveva dedicato il tradizionale trofeo per l’MVP alla memoria del leggendario campione di Boston.
Quella decisione fu molto appropriata, poiché Teddy Ballgame fu davvero uno degli eroi della Partita delle Stelle, distinguendosi in moltissime occasioni: la più celebre accadde nel 1941 quando, con un HR da tre punti nel nono inning, regalò la vittoria alla AL; quell'incontro è ancora oggi ricordato con grandissima emozione.
Nel 1946 Williams si rese ancora protagonista, battendo addirittura due HR nella stessa partita: il pitcher che concesse il secondo fuoricampo a Williams fu Rip Sewell dei Pirates, famoso per il suo strano lancio, un lentissimo pallonetto che raggiungeva il piatto dopo aver percorso un grande arco in aria; quello fu uno dei rari HR mai battuti su quel particolarissimo lancio.
Purtroppo nel 2002, il titolo di MVP non fu assegnato, poiché la partita si chiuse sul 7-7: dopo 11 inning, l’incontro fu interrotto dal Commissioner Bud Selig in accordo con i due manager (Bob Brenly degli Arizona Diamondbacks e Joe Torre dei New York Yankees) che avevano già utilizzato tutti i giocatori a loro disposizione; ovviamente i tifosi rimasero molto contrariati, contestando apertamente quella decisione.
Ad ogni modo, il risultato di parità non fu una novità assoluta, infatti, anche il secondo incontro del 1961 (giocato a Boston) terminò senza vincitori: un improvviso acquazzone obbligò gli arbitri gli arbitri a fermare la partita che si chiuse sul punteggio di 1-1; ovviamente quella decisione dei direttori di gara non fu fonte di critiche o discussioni.
Indubbiamente negli ultimi anni si è assistito ad un calo di interesse nei confronti dell'All-Star Game, poiché i partecipanti sono stati spesso "accusati" di non giocare con il massimo impegno e voglia di vincere; per rendere la partita più combattuta, il Major League Baseball ha quindi deciso di premiare la lega vittoriosa con il fattore campo nelle susseguenti World Series, provocando una serie infinita di dibattiti, discussioni e polemiche.
Alcune curiosità:

• Il bilancio complessivo dell’All-Star Game vede 40 vittorie della NL, 31 della NL e 2 pareggi; tuttavia, il Senior Circuit non vince la partita dal 1996.

• Nel 1933 si disputò anche la prima sfida East-West, scontro tra i migliori giocatori delle Negro Leagues.

• Per 10 volte l'All-Star Game si è allungato agli extra-inning: nel 1950 (14 riprese), nel 1955 (12), nella prima partita del 1961 (10), nel 1966 (10), nel 1967 (15), nel 1970 (12), nel 1972 (10), nel 1987 (13), nel 1994 (10) e nel 2003 (11). Curiosamente, tutte queste sfide (esclusa quella del 2003) si sono chiuse con il successo della National League

• L'All-Star Game del 1952 fu interrotto alla fine del quinto inning a causa della pioggia.

• Nel primo All-Star Game del 1961, giocato a San Francisco, il pitcher Stu Miller fu penalizzato con un balk dopo essere stato spostato da una folata di vento.

• Nell'All-Star Game del 1971, Reggie Jackson (allora membro degli Oakland Athletics) batté un impressionante fuoricampo, mandando la palla contro l'impianto di illuminazione del Tiger Stadium.

• Nel 1983 Fred Lynn dei California Angels batté il primo Grand Slam dell'All-Star Game.

• L'All-Star Game del 1987 fu l'unico che rimase bloccato sullo 0-0 al termine delle nove riprese regolamentari; l’incontro terminò 2-0 dopo 13 inning.

• Nel 1989, Bo Jackson batté un impressionante lead-off HR, spedendo la palla sull'esterno centro dell’Anaheim Stadium.

• Per assicurarsi una vittoria, un pitcher partente deve obbligatoriamente lanciare per 5 inning di gioco; se viene sostituito prima del completamento della quinta ripresa, non può essere dichiarato lanciatore vincente (anche se esce con la propria squadra in vantaggio). Questa regola non viene applicata nell'All-Star Game, poiché è previsto che ogni pitcher non sia impiegato in più di 3 inning.

 

-STORIA DI BABE RUTH

George Herman Ruth, (Baltimora, Maryland, 6 febbraio 1895 - New York, 16 agosto 1948), più conosciuto come Babe Ruth o con il soprannome Il bambino, fu uno dei più grandi giocatori di baseball di tutti i tempi. Fu il primo giocatore a battere più di 50 fuoricampo in una stagione, e il suo record di 60 fuoricampo nel campionato del 1927 rimase imbattuto per 34 anni, fino a quando non fu superato da Roger Maris nel 1961. Fece parte della squadra degli All Stars della American League nel 1933. Fu uno dei primi cinque giocatori ad essere inserito nella Baseball Hall of Fame.
Negli Stati Uniti, dove il baseball è lo sport nazionale, Babe Ruth è considerato una icona del paese, ma la sua fama quasi leggendaria ha raggiunto anche paesi dove il baseball è quasi sconosciuto.
George Herman Ruth nacque al 216 di Emory Street, nella parte sud di Baltimora, nel Maryland. Era la casa presa in affitto dal nonno materno, Pius Schamberger, un immigrato tedesco che si guadagnava da vivere facendo il tappezziere. I genitori del bambino, Kate e George Sr., abitavano al piano superiore del loro saloon in Camden Street, ma Kate preferiva partorire a casa di suo padre. Ebbe otto figli, ma solo due, George e Mary, arrivarono all'età adulta.
Fino ai quarant'anni, Babe Ruth, e con lui molta gente, pensava di essere nato il 7 febbraio 1894, anziché il 6 febbraio 1895. Per questo molte fonti dell'epoca riportano dati inesatti sulla sua età.
Dire che il piccolo George era un bambino biricchino sarebbe un eufemismo. Marinava la scuola, bighellonava per strada, commetteva piccoli furti. A sette anni beveva, masticava tabacco, ed era ormai sfuggito al controllo dei genitori. La sorella Mary raccontò di come il padre arrivò persino a picchiarlo nel tentativo disperato di farlo rigare dritto, ma senza riuscirci. Alla fine il bambino venne mandato in una scuola gestita da frati cattolici, la St. Mary's Industrial School for Boys. L'incontro con Padre Matthias cambiò la vita di George: l'uomo, a cui spettava il compito di imporre e far rispettare la disciplina nella scuola, divenne la figura più influente della sua vita, la persona che Babe rispettava più di ogni altra. Fu Padre Matthias che gli insegnò a giocare a baseball, lavorando per ore su battuta, difesa e, in seguito, i lanci.
Vista la sua grinta, George divenne il ricevitore della squadra. Quel ruolo gli piaceva, perché era coinvolto in ogni giocata. Un giorno, mentre la sua squadra veniva sommersa dalle battute valide degli avversari, cominciò a prendere in giro il suo lanciatore. Padre Matthias decise di dargli una lezione, e invertì fra loro i due giocatori, mettendo George sul monte di lancio. Ma quella che doveva essere una punizione ebbe un risultato inaspettato: George non fece vedere palla all'altra squadra.
Padre Mathias segnalò il ragazzo a Jack Dunn, proprietario e manager dei Baltimore Orioles, una squadra delle leghe minori. A Dunn viene spesso attribuito il merito di aver scoperto Babe Ruth. Nel 1914 Dunn ingaggiò il diciannovenne Ruth come lanciatore, e lo inviò allo spring training (gli allenamenti primaverili che precedono la stagione agonistica) in Florida. Il ragazzo si guadagnò il posto in squadra, e il soprannome "Dunn's Babe" (il bambino di Dunn) per il suo talento precoce e gli atteggiamenti infantili. Il 22 aprile 1914 "The Babe" lanciò la sua prima partita da professionista, in International League contro i Buffalo Bisons: la sua squadra vinse 6-0.
Nella prima metà della stagione gli Orioles furono la migliore squadra della lega: arrivati al 4 luglio, avevano all'attivo 47 partite vinte e 22 perse. Ma la situazione finanziaria non era buona. In quell'anno la Federal League, una lega maggiore "ribelle" che sarebbe durata solo due anni, aveva piazzato una squadra a Baltimora. La concorrenza ridusse drasticamente gli spettatori degli Orioles. Per far tornare i conti, Dunn fu obbligato a vendere i suoi giocatori migliori, e cedette Ruth e altri due a Joseph Lannin, proprietario dei Boston Red Sox, per una cifra mai dichiarata, ma che pare si aggirasse tra i 20.000 e i 35.000 dollari.
Ruth era un ottimo lanciatore, ma la rotazione dei partenti dei Red Sox era già piena di mancini (come Ruth), così all'inizio fu utilizzato poco. Con una vittoria e una sconfitta al suo attivo, rimase in panchina per settimane prima di essere mandato nell'International League a giocare con i Providence Grays di Providence, nel Rhode Island. Alternandosi con l'altro lanciatore Carl Mays, Ruth aiutò i Grays a vincere il titolo. A fine stagione i Red Sox lo richiamarono, sacendo così il ritorno definitivo di Babe Ruth nelle major leagues. Poco dopo, Ruth si fidanzò con Helen Woodford, una cameriera che aveva conosciuto a Boston, e i due si sposarono il 14 ottobre 1914 a Baltimora.
Durante lo spring training della stagione seguente Ruth si guadagnò un posto come lanciatore partente. Con talenti come Rube Foster, Dutch Leonard e Smokey Joe Wood, il parco lanciatori portò i Rex Sox al titolo. Ruth vinse 18 partite e ne perse 8, e si diede da fare anche in attacco, con una media battuta di .315 e i suoi primi quattro fuoricampo in major league. I Red Sox vinsero le World Series del 1915 4 a 1, ma Ruth fu impiegato solo in battura e non sul monte di lancio, perché il manager Bill Carrigan preferì utilizzare lanciatori destri.
Nel 1916 Ruth rientrò nella rotazione dei lanciatori, anche se in attacco la squadra si era indebolita dopo la cessione di Tris Speaker ai Cleveland Indians. Pur non avendo brillato nel pre-campionato, si rivelò il miglior lanciatore dell'American League. La sua media PGL (punti guadagnati sul lanciatore) di 1,75 era la migliore della lega, inferiore di oltre un punto alla media di lega. Vinse 23 partite, ne perse 12 e tirò 9 shut-out (partite vinte senza punti subiti), che è tuttora il record per un lanciatore mancini e per i Red Sox. Con un attacco che batteva poco, furono di nuovo i lanciatori a portare i Sox alle World Series contro i Brooklyin Robins, in cui Ruth lanciò una completa di ben 14 inning che consegnò a Boston la vittoria nella serie per 4 a 1. Babe Ruth si ripetè sugli stessi livelli nel 1917, con 24 vinte e 13 perse, ma i Red Sox non riuscirono a tenere il passo dei Chicago White Sox (100 partite vinte) e mancarono l'accesso alla post-season. La cosa più importante, comunque, fu l'emergere del talento di Ruth come battitore, con una media battuta di .325 e 11 extrabase su 40 valide.
Era evidente che Ruth sarebbe stato più utile alla squadra in un ruolo diverso dal lanciatore, che gli permettesse di giocare tutte le partite. Nel 1918 cominciò a giocare di più all'esterno e a lanciare meno. A quei tempi pareva una cosa ridicola: il suo ex compagno di squadra Tris Speaker pronosticò che il cambio gli avrebbe accorciato la carriera. Nel 1919 Ruth era in pratica un esterno a tempo pieno, con appena 17 apparizioni sul monte di lancio nelle 130 partite da lui giocate. Quell'anno stabilì il suo primo record di fuoricampo in una sola stagione (29), con una media battuta di .322 e 114 punti battuti a casa. Le sue imprese in battuta divenne ben presto famose, e grandi folle accorrevano per vederlo dovunque giocasse. Non era solo la sua notorietà a crescere, anche il suo girovita. Sin dai tempi dei Baltimore Orioles i suoi compagni di squadra rimanevano meravigliati dalle quantità di cibo che Ruth era capace di mangiare. Il fisico alto e atletico del 1916 si era già trasformato nel 1919 nella forma rotonda che da allora viene tradizionalmente associata a Babe Ruth. Le sue gambe possenti e muscolose, sotto una figura così appesantita, sembravano stranamente magre, ma Ruth rimaneva un buon esterno e un buon corridore sulle basi. Il suo contemporaneo Ty Cobb in seguito affermò che Ruth "correva bene per un uomo grasso".
Nonostante Ruth richiamasse molta gente ai botteghini, i Red Sox attraversavano una difficile situazione finanziaria. Il proprietario Harry Frazee aveva pagato salari relativamente alti in anni di guerra (la Prima guerra mondiale) per attirare i migliori giocatori. Alla fine del 1919, dopo la mancata qualificazione per le World Series e gli insuccessi personali di Frazee come impresario teatrale, la società aveva bisogno di un'iniezione di contanti per rimanere a galla. L'unica fonte disponibile erano i giocatori, così Frazee offrì i migliori ai New York Yankees, che fino ad allora erano sempre stati una squadra di seconda divisione. Per la somma di 125.000 dollari e un prestito di oltre 300.000 dollari (con un'ipoteca sullo stadio Fenway Park), il 3 gennaio 1920 Babe Ruth fu ceduto agli Yankees.
Ruth iniziò da subito a ripagare l'investimento fatto su di lui. Contrariamente alle sue abitudini, si allenò molto durante l'inverno, e si presentò allo spring training già in buona condizione. Soffiò il posto all'esterno a George Halas, un giocatore modesto, che si risentì del taglio e lasciò il baseball; si dedicò poi al football americano, fondando i Chicago Bears e la NFL. Quando il campionato cominciò, si capì subito che lo stadio Polo Grounds, più favorevole ai battitori, gli andava a genio, e che presto avrebbe superato il suo precendente record di fuoricampo. Mentre cominciavano a circolare voci sullo scandalo dei Black Sox, Ruth era diventato il terrore dei lanciatori, con ottime statistiche d'attacco stagionali, tra le migliori mai registrate. Oltre ai 54 fuoricampo, con cui frantumò il suo precedente primato, ottenne una media battuta di .376 (la quarta della lega), 137 punti battuti a casa e 150 punti segnati (il migliore della lega in entrambe le classifiche), e le 150 basi ball ricevute fecero sì che Babe Ruth arrivasse in base più delle metà delle volte che si presentava al piatto. Rubò 14 basi, e la sua straordinaria media bombardieri di .847 rimase record imbattuto per più di ottant'anni, superato solo nel 2001 da Barry Bonds.
L'anno seguente si ripetè. Su 152 partite, ottenne .376 di media battuta, 171 punti battuti a casa e 177 punti segnati; nelle medie bombardieri e arrivi in base finì di poco sotto ai valori del 1920. Per il terzo anno consecutivo stabilì un nuovo primato di fuoricampo, che furono 59. Grazie ai lanciatori Carl Mays, Waite Hoyt e Bob Shawkey, e alle mazze di Ruth e Bob Meusel, gli Yankees arrivarono per la prima volta alle World Series, ma persero 5 a 3 dai rivali New York Giants. In gara 4 Ruth battè il suo primo fuoricampo in post-season.
Nel 1921 Babe Ruth fu invitato alla Columbia University per sottoporsi ad una serie di test. I risultati furono strabilianti. I dottori scoprirono che il lancio che riusciva a colpire con la massima potenza era appena sopra al ginocchio, sull'angolo esterno. E quando centrava il colpo, in assenza di vento, con la mazza che si muoveva ad una velocità di 34 metri al secondo, la palla arrivava a 140-150 metri. Risultò primo su 500 volontari in un test clinico di fermezza, che consisteva nell'inserire una barra in piccoli fori di misure diverse. I suoi occhi rispondevano agli impulsi luminosi in una stanza buia 20 ms più velocemente della persona media, il che era molto utile per individuare la palla non appena lasciava il guanto del lanciatore. La scienza confermava quello che gli appassionati di baseball già sapevano: Babe Ruth era nato con doti soprannaturali. Per dirla con le parole del suo compagno di squadra Joe Dugan: "Nato? Diavolo, Babe Ruth non è nato! Quel figlio di puttana è caduto da un albero!"La partecipazione alle World Series avrebbe causato problemi a Ruth. Per preservare l'importanza di questa classica d'autunno, gli organizzatori proibirono ai giocatori delle World Series di fare partite di esibizione durante la cosiddetta off-season, il periodo in cui i campionati erano fermi. Ruth decise che la regola non valeva per lui, ed assieme a due compagni di squadra fece il suo solito e ben remunerato tour. Kenesaw Mountain Landis, il commissioner della lega, punì pesantemente i giocatori disobbedienti, e sospese Ruth per le prime sei settimane della stagione 1922, che sarebbe stata molto turbolenta. Al rientro dopo la squalifica Ruth, nominato dalla dirigenza degli Yankees, diventò il primo capitano in campo della squadra. Cinque giorni più tardi, il 25 maggio, fu espulso per aver contestato la chiamata dell'arbitro di terza base, e peggiorò la situazione salendo sugli spalti per affrontare uno spettatore che lo infastidiva. Gli venne ritirata la nomina a capitano. Fu sospeso altre tre volte nel 1922, sempre per discussioni con gli arbitri.
Mentre Ruth stava attraversando la prima crisi professionale, nel privato la situazione era addirittura peggio. La moglie Helen, che non amava lo stile di vita da celebrità che attirava il marito, viveva in una fattoria vicino a Boston assieme la figlia adottiva Dorothy (che dichiarò poi nel suo libro "My Dad, The Babe" di essere figlia biologica di Ruth, nata da una relazione con una amica di famiglia). Lontano dagli occhi della moglie, Ruth si lasciò andare ancora di più a quello stile di vita. L'amore per il buon cibo, che con gli anni non era diminuito, andava di pari passo con la passione per gli alcolici (al tempo illegali), la vita notturna e le donne.
La moglie morì nell'incendio della sua casa l'11 gennaio 1929. La coppia era separata già da alcuni anni, ma, essendo cattolici, non avevano mai divorziato. In quel periodo Ruth era sentimentalmente legato a Claire Merrit Hodgson, cugina di Johnny Mize, il fortissimo battitore inserito nella Baseball Hall of Fame. Era una signora sofisticata, che frequentava il bel mondo, ma era anche una donna dura, a cui riuscì ciò che nessuna prima di lei era stata in grado di ottenere: tenere al guinzaglio quel farfallone del re dei fuoricampo. Si sposarono il 17 aprile 1929, e il matrimonio durò fino alla morte di Ruth.
L'esuberante vita sociale, ma anche le mancate presenze in campo, influirono negativamente sul suo rendimento. Le sue medie battuta, arrivi in base e bombardieri si abbassarono drasticamente (anche se rimasero su livelli notevoli: .315/.434/.672). Per la prima volta da quando giocava esterno a tempo pieno, non riuscì a vincere la classifica dei fuoricampo, fermandosi a 35, 2 in meno di Tilly Walker dei Philadelphia Athletics. La sua scarsa forma non migliorò nemmeno alle World Series, dove gli Yankees furono ancora una volta sconfitti dai Giants (4-0, con un pareggio). Nella serie Ruth racimolò appena un singolo ed un doppio in 17 turni alla battuta.
Nel 1929, gli Yankees introdussero i numeri di maglia. La numerazione era basata sull'ordine di battuta, quindi a Ruth venne assegnato il numero 3. Anche quando, in seguito, i numeri non furono più legati all'ordine di battuta, Babe Ruth fu associato al numero 3, che venne ritirato dagli Yankees il 13 giugno 1948. Fu il secondo numero ritirato dalla franchigia, dopo quello di Lou Gehrig.
In gara 3 delle World Series del 1932, che vedevano gli Yankees contro i Chicago Cubs, Ruth realizzò uno dei fuoricampo più celebri della storia del baseball, su una palla che sembrava Ruth avesse "chiamato" in anticipo. In un'intervista del 1945, raccontò di aver preso i primi due strike, alzando un dito dopo il primo ("Questo è uno") e due dopo il secondo ("Fanno due"). Poi aveva puntato alla staccionata all'esterno, e al lancio successivo spediva la pallina sugli spalti.
Non ci sono dubbi sul fuoricampo, il secondo di Ruth in quella partita. Lou Gehrig], il seguente in battuta, fece anche lui un fuoricampo. "Il tuono dopo il fulmine", scrisse un commentatore sportivo. Ci si è sempre chiesti, invece, se effettivamente Ruth avesse puntato alla staccionata. Charlie Root, il lanciatore dei Cubs, negò con rabbia che Ruth "avesse chiamato il colpo" e che lo avrebbe colpito se lo avesse fatto (Root era soprannominato "Chinski" per la sua tendenza a tirare addosso ai battitori). Ma Root aveva la strana abitudine di girarsi attorno tra un lancio e l'altro, e alcuni presenti dissero che semplicemente non aveva visto il gesto del Bambino. Non c'è un filmato ufficiale del fuoricampo. Esiste un filmato amatoriale girato da uno spettatore, ma non prova nulla.
Al Forbes Field di Pittsburgh, in Pennsylvania, il 25 maggio 1935 Babe Ruth fece il suo 714° fuoricampo, l'ultimo in carriera, stabilendo un record che durò per 39 anni. Il 2 giugno annunciò il suo ritiro.

 

-STORIA DI LOU GEHRIG

Lou Gehrig era nato il 19 giugno del 1903 a New York, cinquanta giorni dopo la nuova squadra di baseball cittadina, gli Highlanders. Heinrich e Christina Gehrig, erano arrivati dalla Germania a Manhattan, dove si erano conosciuti e sposati tre anni prima. Il bambino Henry Ludwig, Lou, crebbe nel quartiere di Yorkvile, nell'Upper East Side, insieme ai giovani fratelli Marx, al piccolo James Cagney, e alle famiglie degli immigrati tedeschi e ungheresi della fine dell'Ottocento. Sua madre lavorava come una matta sperando che il figlio potesse studiare e diventare un giorno ingegnere, come lo zio Otto. Suo padre si barcamenava tra lavori sconclusionati e un'inclinazione alla pigrizia.
Lou non era un fulmine a scuola, timido, impacciato, un tipo qualsiasi della sua età. Ma sua madre era certa che sarebbe diventato una persona istruita e suo padre decise di scioglierlo introducendolo a una palestra del Bronx, cosa non particolarmente comune tra i giovani del tempo. In poco tempo il suo fisico maturò e si rafforzò in modo impressionante. A diciassette anni era già un ragazzone più robusto di tutti i suoi coetanei. Cominciò a eccellere in ogni sport che praticava. E uno era il baseball. Quando venne invitato a partecipare a una partita di selezioni scolastiche a Chicago, sua madre si oppose, definendola una perdita di tempo. Ma alla fine Lou ebbe il permesso di fare i tre giorni di viaggio in treno. Davanti a diecimila persone, all'ultimo inning, con la sua squadra avanti di due, Lou andò in battuta. Non ne aveva ancora azzeccata una. Ma al secondo lancio, con tre uomini in base, scaricò una sberla che superò l'esterno destro, e poi il muro del leggendario Wrigley Field, e atterrò in un giardino di Sheffield avenue. Nel baseball, un fuoricampo con tre giocatori che hanno occupato precedentemente tutte e tre le basi, è il colpo più grande e prezioso, quello che porta a casa quattro punti, il Grand Slam. E di fuoricampo in genere, in tutta la stagione precedente, lo stadio dei Chicago Cubs non ne aveva visti che diciotto, tutti per mano di atleti professionisti e maggiorenni.
Malgrado il botto, non partì in quarta la carriera di Lou Gehrig. Doveva fare l'ingegnere, come lo zio Otto. Ci vollero altri tre anni per superare le resistenze della mamma e le sue stesse impacciatezze, e accettare un contratto per giocare nell'appena costruito Yankee Stadium, casa della seconda squadra di New York (allora la prima erano i Giants), che aveva abbandonato il nome di Highlanders.
Lou Gehrig oggi sarebbe il più grande giocatore di baseball di tutti i tempi, e senz'altro il più grande Yankee di tutti i tempi. Non fosse stato per due ragioni, che si chiamarono Babe Ruth e Joe Di Maggio. Tutta la vita di Gehrig fu quella del numero due, sempre dietro allo straordinario gigione e campione dalla faccia rotonda per più di metà della sua carriera, e sfocata dall'avvento dell'agile ed elegante italiano negli anni finali. Gli Yankees di Ruth e Gehrig divennero la più grande squadra di baseball del mondo e nei quarant'anni dal 1923 in poi vinsero venti World Series, dominando la sfida con i Giants. I due fuoriclasse tedeschi ­ li chiamavano Ruthandgehrig - sono ancora oggi la più micidiale coppia di battitori che abbia mai fatto ingresso su un diamante, come si chiama il campo di baseball. Gehrig era un giocatore completo, alla battuta faceva disperare i lanciatori che preferivano sbagliare apposta per non farlo battere, in prima base era una roccaforte, sapeva rubare le basi e pur non essendo velocissimo si muoveva sul campo da campione e si sacrificava come nessuno. Ma Ruth era più forte, sempre. Ed era il mito dei fans, il compagnone dei giornalisti, l'idolo dei bambini, il piacione dei tempi del proibizionismo, le feste e le donne e i locali di New York. Gehrig fu sempre modesto, riservato, insicuro, attaccato alla famiglia: viveva ancora con mamma e papà quando era diventato già "The Iron Horse" per i fans di tutta l'America. Non dispensava battute, non faceva shows, non andava alle feste. "Gehrig, quello che fece tutti quei fuoricampo l'anno che Ruth batté il record dei fuoricampo", disse un giornalista una volta. Quando, primo nella storia, batté quattro fuoricampo in una partita, i titoli dei giornali del giorno dopo furono tutti per il ritiro di John McGraw, storico manager dei Giants. Eppure, da quando la prima base titolare Wally Pipp si fece male, nel 1925, al 1939 quando lasciò, Gehrig giocò tutte le 2130 partite di campionato degli Yankees, stabilendo un record rimasto leggendario anche dopo che Carl Ripken dei Baltimora Orioles l'ebbe infine battuto, nel 1995. Il secondo più forte giocatore del mondo dopo Ruth giocò sempre, in ogni condizione, con le dita fratturate e la schiena a pezzi, per tredici anni, umilmente, dedicato alla squadra e sempre subalterno a Babe Ruth, senza mostrarne alcun cruccio. Anzi di Babe Ruth, che lo precedeva anche nei turni di battuta, fu sempre fedele amico e ammiratore, fino al giorno in cui, da poco sposato (contro il volere della mamma) e in viaggio per nave, trovò la moglie Eleanor nella cabina del compagno di squadra dove si stava svolgendo una specie di festino. Da allora le voci su come sia andata si sono rincorse e contraddette, ma la cosa certa è che Gehrig non volle mai più parlare al suo ex maestro. Ma quando nel 1935 la parabola Ruth si esaurì, e il numero uno se ne andò a concludere la carriera a Boston dopo aver invano sperato di diventare manager degli Yankees, Gehrig ebbe finalmente la chance di diventare il numero uno, benché fosse già un mito, The Iron Horse, con contratti pubblicitari e pure un ruolo da protagonista in Rawhide, a Hollywood (fisico prestante e faccia da attore non gli mancavano). Per la prima volta nella storia una squadra, gli Yankees, vinse quattro World Series di seguito, e i record stabiliti da Gehrig si accavallavano, ma intanto era arrivata la rivelazione del '36, Joe Di Maggio, e i titoli erano tutti per lui. Nel turno di battuta, subito prima di Gehrig. La squadra era cambiata, affollata di italo-americani (come il sindaco tifoso Fiorello la Guardia), non era più la simpatica banda di spacconi di dieci anni prima, ma un gruppo fiero, professionale e corretto sotto la guida di Gehrig, mai una lite, mai una parola fuori posto, mai in pubblico senza giacca e cravatta.
E venne la stagione del '39. Gehrig aveva trentasei anni, ormai, ma questo non spiegava a sufficienza un suo visibile calo nel campionato precedente, un bunt contro Boston (un bunt è una battuta debole appoggiata volontariamente vicino al piatto, mai usata dai battitori potenti e temibili), un'errore in prima base contro Chicago, nelle finali vinte dagli Yankees. C'è qualcosa che non va con Gehrig, cominciarono a pensare in molti, quando lo videro lento e impacciato nelle prime partite di campionato. E debole anche in battuta, l'ultima risorsa dei campioni in declino. I fans erano in ansia, i compagni lo aiutavano, lui era desolato e senza una spiegazione per la sua fragilità, in imbarazzo con la squadra e con i tifosi. Fino al 2 maggio 1939, quando lo speaker del Briggs Stadium di Detroit annunciò le formazioni. In prima base, Babe Dahlgren, un altro, per la prima volta in quattordici anni. Il pubblico ci rimase stecchito. Gehrig aveva chiesto di stare fuori: come capitano entrò in campo per consegnare l'ordine di battuta all'arbitro e improvvisamente dodicimila persone si alzarono in piedi sugli spalti e iniziarono ad applaudire. Una standing ovation di due minuti che sapeva o temeva di essere un saluto. Lou Gehrig non giocò mai più una partita di campionato. Un mese dopo entrò in clinica dove gli fu diagnosticata una sclerosi laterale amiotrofica, una malattia scoperta in Francia nell'Ottocento che distrugge le cellule nervose dedicate alla stimolazione dei muscoli, facendoli atrofizzare poco a poco, e conduce alla morte nel giro di pochi anni. Una malattia che ebbe tra le sue vittime anche Mao Tse Tung e David Niven, ma che da allora è nota come il morbo di Gehrig.
The Iron Horse passò gli ultimi mesi della sua vita con un impiego assegnatogli dalla città di New York, come responsabile per la concessione della libertà sulla parola ai detenuti. Tornò in campo alla vigilia di una partita degli Yankees contro i Washington Senators, per una cerimonia di addio che inginocchiò dalla commozione mezzo paese e di cui è rimasto memorabile il suo discorso d'addio, celebrato nella storia degli Stati Uniti insieme a quello di Gettysburg di Abramo Lincoln, al sogno di Martin Luther King, alla battuta di Kennedy su "quello che potete fare per il vostro paese". Con la testa bassa, dopo una lunga esitazione e ripetendo a braccio un appunto che teneva in tasca, Gehrig disse "Sapete ormai che per me è un brutto momento, ma voglio dirvi che oggi mi considero l'uomo più fortunato del mondo". Non ho avuto che bene dalla vita, proseguì, sotto il sole di luglio davanti a sessantamila persone. Quando disse "Grazie" fu sepolto da un colossale applauso, dai flash, e persino dall'abbraccio di Babe Ruth. Tutto poi sarebbe stato ripetuto da Gary Cooper nell'epico film sulla vita di Gehrig, L'idolo delle folle: quello in cui per rendere il protagonista mancino come il suo personaggio le scene vennero montate capovolte dopo avergli fatto indossare una divisa con nome e numero rovesciati e averlo fatto correre in terza base anziché in prima. Gehrig fu il primo atleta della storia di cui una squadra ritirò il numero di maglia, il quattro. Ancora oggi, detiene il maggior numero di Grand Slam della storia del baseball professionistico, 23, e una cesta di altri primati.
Lou Gehrig , il più grande prima base della storia del baseball, morì a 39 anni il 2 giugno 1941.

 

-LA STORIA DI MIKE PIAZZA

Michael Joseph Piazza, nato a Norristown (PA) il 4 settembre 1968.
Sciacca, provincia di Agrigento: da qui parte la saga dei Piazza.
Papà Vincent lasciò la Sicilia nel dopoguerra con in tasca 300 dollari: destinazione Philadelphia, dove nel giro di qualche anno sarebbe diventato un facoltoso concessionario Ferrari. Ma negli Usa, oltre a quella di fare quattrini, papà Vincent scoprì un'altra grande passione: il baseball. Un amore tanto forte che quando nacque il secondo dei suoi cinque figli decise di chiamarlo Mike, in omaggio a Mike Schmidt, grande terza base dei Phillies.
Ma al debutto sul diamante Mike Piazza, oggi una delle stelle più luminose della Major League, non venne certo considerato un fenomeno.
Fu così che Tom Lasorda, coach dei Los Angeles Dodgers che lo aveva ingaggiato come 62° scelta gli suggerì: "Vai a farti le ossa in Arizone. E soprattutto cambia ruolo".
Mike eseguì, diventò ricevitore. Ma sfondare nelle leghe minori non era certo facile.
Tanto che nel '91, dopo l'incontro casuale nello spring training di Vero Beach in Florida con un quartetto di italiani (Guido Pellacini, i fratelli Donzelli, e Sal Verriale del Parma), fu vicino ad abbandonare il sogno della Major League.
Mike si offrì al club italiano, ma un cavillo regolamentare fu la sua fortuna: in quegli anni vigeva la norma secondo la quale i ricevitore non potevano essere stranieri. Piazza tornò più depresso dal papà "che", ricorda, "pur di vedermi giocare in Major League si sarebbe comprato una squadra intera...".
Mi costruì nella sua villa un tunnel di battuta indoor, con tanto di erba artificiale.
Un giorno si presentò da me addirittura Ted Williams, per darmi consigli su come girare la mazza". Mike imparò le lezioni. Nel 1993 mise a frutto le doti di slugger e divenne titolare nei Dodgers. Fu il rookie dell'anno e venne convocato per l'All Star Game. Il presidente O'Malley decise che quel giovane sarebbe stato l'uomo squadra: le t-shirt col suo volto sorridente e gli Swatch Piazza invasero Los Angeles. I tifosi lo idolatravano, le ragazzine lo amavano, gli avversari lo studiavano.
E lui arrivava alle serate in suo onore al volante di una delle tre Ferrari dono di papà vincent. Già, la Ferrari, l'Italia: passioni sempre vive in Mike, che nel '94, durante la finale mondiale di calcio, andò a Pasadena con una bandierina tricolore in mano, come centinaia di paisà: "io come Baggio", diceva.
E non scherzava troppo, visto che non ha mai nascosto il suo desiderio: "Vestire la maglia Azzurra alle Olimpiadi".
Proposito varie volte ripetuto agli amici italiani, al solito Varriale, al presidente della federazione internazionale Aldo Notari e a Silvano Ambrosini, l'ex c.t. azzurro. Però. per adesso, il sogno non si è realizzato.
Ma torniamo in Major League. Con i Dodgers Piazza si trasformò in superman: chiuse per 5 stagioni consecutive con oltre 100 punti battuti a casa e una media di 35 home run (il top di 40 nel '97 e '99).
Ma Los Angeles cominciava a soffocarlo. Non poteva più uscire di casa senza essere inseguito dai fan. Viveva a Beverly Hills, frequentava attori e divi, da John Travolta a Sylvester Stallone, fece in tempo a diventare amico di Frank Sinatra, ma questo non lo consolava.
Così nel '98 decise di cambiare costa: si trasferì a New York sponda Mets, che portò alle finali nel 2000. Nell'ultima stagione, malgrado i ripetuti infortuni, i disastri di squadra e le pesanti illazioni sul suo conto ("Piazza è gay", ha sparato un giornale newyorkese: Mike Ha smentito) è riuscito a chiudere, comunque, con 33 fuoricampi e 98 punti battuti: il migliore dei Mets.

 

-LA STORIA DI SANDY KOUFAX

Sanford "Sandy" Koufax, indimenticato pitcher mancino dei Brooklyn - Los Angeles Dodgers, è stato uno dei più grandi fuoriclasse che abbiano mai calcato i diamanti del Major League Baseball: difficilmente nella storia del baseball un lanciatore ha dominato i battitori avversari così come fece Koufax negli anni '60.
Il futuro campione dei Dodgers nacque a Brooklyn, NY il 30 dicembre 1935, da Jack ed Evelyn Braun, una famiglia appartenente alla comunità ebraica della Grande Mela: all'età di tre anni, i suoi genitori divorziarono e quando la madre si sposò con l'avvocato newyorchese Irving Koufax, il giovane Sandy cambiò il proprio cognome per onorare il patrigno.
Il primo amore sportivo di Koufax fu il basket, tanto che il sogno del giovane Sandy era poter giocare nella NBA con la maglia dei New York Knicks: nonostante alcune esibizioni come lanciatore in alcune squadre amatoriali, il baseball era un semplice passatempo, a differenza della pallacanestro, verso cui era riversata la propria completa passione; in verità, Koufax non ambiva ad una carriera da sportivo professionista, ritenendo molto più probabile e sicuro un futuro come architetto.
Nel 1953, Koufax ricevette dall'Università di Cincinnati una borsa di studio per giocare nella squadra di basket dell'istituto, ciononostante fu notato anche dai tecnici di baseball, che, visto il talento del giovane fuoriclasse, non esitarono ad inserirlo nelle proprie formazioni; le performance di Sandy sul monte di lancio attrassero l'interesse dei principali osservatori delle majors, che con sempre maggiore insistenza si recarono a Cincinnati per analizzare il giovane pitcher e valutare un suo possibile futuro tra i professionisti. Nel 1954 la dirigenza dei Brooklyn Dodgers prese l'iniziativa e, dopo aver tagliato un mediocre pitcher di nome Tom Lasorda, offrì a Koufax un contratto da 20 mila dollari (6.000 di ingaggio annuale, più 14.000 come bonus per la firma), una somma ragguardevole per un lanciatore che non aveva ancora compiuto diciannove anni.
Il debutto nelle majors avvenne nel 1955, ma nonostante le premesse, gli inizi furono tutt'altro che soddisfacenti: Koufax era dotato di una ottima fast-ball e di una temibile curva, ma era privo di qualunque controllo, come dimostrato dai numerosi lanci pazzi e basi su ball, che portarono a dalle medie PGL (ERA) costantemente sopra il 4.00. I Dodgers vinsero il pennant nel 1955, 1956 e nel 1959 (quest'ultimo a Los Angeles), conquistando il titolo mondiale nel 1955 e nel 1959, ma purtroppo Sandy non fu un protagonista di quei successi. In verità, Koufax fu utilizzato come partente in Gara 5 delle World Series del 1959: i Dodgers conducevano 3-1 ed un eventuale successo li avrebbe consacrati campioni; Koufax lanciò una discreta partita (7 IP, 6 K, 1 BB, 1 ER), tuttavia subì una sconfitta. Fortunatamente, Los Angeles riuscì a chiudere la contesa in gara 6.
Il 1960 fu un anno davvero deludente per Koufax, che, dopo aver compilato un bilancio da 8-13, rischiava di essere ceduto ad un'altra squadra. Eppure, nonostante il mediocre rendimento, Sandy sapeva talvolta strabiliare gli appassionati, dimostrando di possedere uno straordinario talento: nel 1959, ad esempio, contro i Giants, era riuscito a totalizzare addirittura 18 K, stabilendo un record per la National League. In verità, oltre ai problemi tecnici, Koufax incontrò numerose difficoltà di inserimento nel gruppo: essendo di religione ebrea, si sentì spesso emarginato dal resto della squadra; le persone con cui legò maggiormente furono alcuni giocatori di colore come Lou Johnson o Maury Wills. Vista la complessa situazione, Koufax non aveva escluso un possibile ritiro.
Fortunatamente, Koufax seppe resistere alle difficoltà e nel 1961 iniziò quella metamorfosi che lo trasformò nel più dominante pitcher mancino della storia del baseball: grazie all'aiuto dei ricevitori John Roseboro e Norm Sherry, Koufax cambiò completamente l'approccio alla partita, smettendo di lanciare "per superare la barriera del suono" o "per rompere il guando del catcher", e sviluppò uno stile che si sarebbe rivelato devastante per i battitori avversari.
La nuova stagione presentò un Koufax totalmente diverso, come dimostrato dalle ottime statistiche: 18-13, 3.52 di ERA, ma soprattutto 269 K, record MLB (il primato apparteneva a Christy Mathewson dei New York Giants del 1903 con 267).
Nel 1962, Sandy confermò i progressi, migliorando ancora le ottime prestazioni della stagione precedente: avendo acquisito un eccellente controllo (fatto piuttosto insolito per un pitcher di potenza), il numero di basi su ball diminuì vertiginosamente, tanto che Koufax poté compilare una ERA di 2.54, la migliore della National League. Purtroppo alcuni problemi circolatori e diversi dolori all'indice sinistro obbligarono Sandy a terminare la stagione a luglio, precludendogli la corsa al Cy Young Award*: il bilancio finale di 14-7 non fu sufficiente per ricevere l'ambito trofeo, ciononostante Sandy raccolse due capolavori, come una nuova partita da 18 K e il primo no-hitter della carriera.
* Fino al 1966, il Cy Young Award premiava il miglior lanciatore delle intere majors, indipendentemente dalla lega di appartenenza. Soltanto dal 1967, il riconoscimento fu suddiviso tra National e American League.
I lanci preferiti da Koufax erano la fastball e la palla curva, con cui riusciva ad ingannare ogni battitore avversario. La palla veloce pareva avesse un acceleratore incorporato, che le permetteva di aumentare la propria velocità e di alzarsi quando raggiungeva il piatto di casa base; probabilmente questo evento era nient'altro che un'illusione ottica, tuttavia Jim Bunning (pitcher dei Phillies) rispose che la fastball di Koufax rompeva ogni legge della fisica.
Anche la palla curva era fonte di discussione: "it drops like a chair whose legs collapse", queste sono le parole di Roseboro, che confermano l'eccezionalità di quella curve ball. Koufax aveva degli arti potentissimi ma soprattutto delle mani enormi: riusciva a trattenere contemporaneamente sei palle per mano! Inoltre, Sandy amava paragonare il proprio movimento di lancio ad una catapulta pronta a sparare.
Nel 1963 Koufax raggiunse l'apice della propria maturità, diventando il lanciatore più dominante delle majors: 25-5, 306 K, 1.88 di ERA e il secondo no-hitter della carriera, che furono preludio non solo al Cy Young Award, ma anche all'MVP della NL. Sotto la guida del proprio fantastico lanciatore, i Dodgers si aggiudicarono il pennant, qualificandosi per le World Series, dove avrebbero affrontato i possenti New York Yankees: tra Bronx Bombers e Dodgers esisteva una durissima rivalità, che aveva raggiunto il proprio apice durante gli anni '50; per la prima volta dopo il trasferimento a Los Angeles, le due grandi nemiche si riaffrontavano nelle Fall Classic. L'attesa era sicuramente spasmodica: molti tifosi di Brooklyn si recarono allo Yankee Stadium per rivedere quei Dodgers che li avevano lasciati cinque anni prima.
Per gara 1 era in programma lo scontro tra Koufax e Whitey Ford, il principale pitcher degli Yankees, che nel 1961 aveva stabilito un record assoluto per le World Series, riuscendo a lanciare per 33 innings e 2/3 senza subire punti; durante la regular season 1963, Ford aveva guidato la American League con 24 successi ed un'ERA di 2.74. Vista la maggior esperienza nei playoff, il pitcher degli Yankees era considerato favorito, tuttavia il campo diede un altro responso: i primi cinque battitori di New York subirono altrettanti strikeout e gli spettatori del Bronx iniziarono a temere; Los Angeles segnò cinque punti, mentre Koufax annichilì regolarmente ogni attacco degli Yankees.
Tuttavia, nel quinto inning, New York riempì le basi con due eliminati: il manager Ralph Houk inserì il pinch hitter Hector Lopez al posto di Ford, nella speranza di poter riaprire l'incontro; Koufax lanciò il decimo strikeout e infranse i sogni degli Yankees. Nell'ottava ripresa, Tom Tresh ridusse le distanze con un HR da due punti, tuttavia non fu sufficiente a spostare l'inerzia.
Quando mancava un solo inning al termine della partita, Sandy aveva totalizzato 14 strikeout, eguagliando un record delle World Series; il primato assoluto era alla sua portata e a quel punto anche i tifosi del Bronx iniziarono ad applaudirlo: Koufax eliminò Harry Bright al piatto, chiudendo definitivamente gara 1, ed in quel momento tutti gli spettatori dello Yankee Stadium si alzarono in piedi per applaudire quell'eccezionale performance.
I Dodgers umiliarono gli Yankees con un terribile sweep, mentre Koufax veniva eletto MVP della serie; in gara 4, il lanciatore di Los Angeles subì appena un punto in nove inning, totalizzando otto strikeout. Strabiliato dall'eccezionale performance di Koufax, Yogi Berra, celebre catcher degli Yankees, affermò sconsolato "I can see how he won 25 games! What I don't understand is how he lost 5!"
Koufax dominò anche nel 1964 (19-5, 1.74 di ERA, 223 K), ma ad agosto comparvero i primi sintomi dell'artrite, che obbligarono il campione dei Dodgers a terminare la stagione anzitempo; probabilmente, se Koufax avesse lanciato anche negli ultimi due mesi, si sarebbe aggiudicato il Cy Young Award, che invece fu assegnato a Dean Chance dei Los Angeles Angels. Nonostante l'anno complesso, Sandy effettuò alcune imprese assolutamente rimarchevoli: ad aprile chiuse un inning con tre strikeout in nove lanci (diventando l'unico pitcher ad ottenere questo risultato due volte in carriera), mentre a giugno collezionò il terzo no-hitter personale.
I problemi all'arto martoriarono Koufax anche nel 1965: poco prima dell'inizio della regular season, Koufax si accorse che il suo braccio era diventato blu, in seguito ad un'emorragia. Nonostante i consigli dello staff medico dei Dodgers (guidato da Robert Kerlan), Koufax non saltò neppure un incontro, continuando il proprio dominio sulla National League: con un bilancio di 26-8, 2.04 di ERA e 382 K (prestazione seconda soltanto a quella di Nolan Ryan del 1973 - 383), Sandy ricevette il Cy Young Award all'unanimità.
Il momento più spettacolare della stagione avvenne il 9 settembre al Wrigley Field di Chicago, quando Koufax realizzò il proprio capolavoro: il perfect game! Nessun battitore dei Cubs riuscì a raggiungere il cuscino di prima base e così Sandy diventò l'ottavo pitcher a compiere tale impresa; in quello storico incontro, Sandy lanciò 14 strikeout.
Memorabili furono gli ultimi due inning, in cui Sandy completò sei eliminazioni al piatto, lanciando con un'energia ed una forza incredibili. Tuttavia, quella partita si rivelò splendida anche per merito del lanciatore dei Cubs, Bob Hendley, che in nove inning concesse una sola valida. Per la quarta stagione di fila, Koufax aveva lanciato un no-hitter, stabilendo un record mai più eguagliato in seguito: neanche Nolan Ryan (che detiene il primato di no-hitter in carriera con 7) sarebbe riuscito a completare una striscia di quattro anni consecutivi con almeno una partita senza subire valide.
Tuttavia, i Dodgers non erano soltanto Koufax, ma una squadra completa in ogni reparto, che seppe imprimere il proprio marchio sulla National League negli anni '60: la rotazione dei partenti, ad esempio, presentava un altro lanciatore fenomenale, Don Drysdale, che assieme a Koufax formò il Dynamic Duo, una delle più letali combinazioni di lanciatori della storia. Al termine di una dura battaglia contro i San Francisco, Los Angeles si guadagnò il secondo pennant della decade, qualificandosi per le World Series, dove ad attenderli c'erano i Minnesota Twins di Harmon Killebrew (573 HR in carriera); Koufax era il logico lanciatore partente per gara 1, ma per celebrare lo Yom Kippur, importante festività ebraica, preferì rinunciare alla partita e recarsi alla sinagoga: pur non essendo praticante, Sandy diventò un esempio per le comunità ebraiche.
Dopo la sconfitta nella prima partita, i Dodgers speravano che Koufax li avrebbe condotti al pareggio, ma i Twins si ripeterono anche in gara 2, tanto che ormai per tutti gli osservatori Los Angeles sembrava spacciata: i Californiani, invece, rientrarono nella serie e grazie allo shutout di Sandy nella quinta partita (con appena quattro valide subite e dieci strikeout) si portarono sul 3-2; ad ogni modo, i Twins vinsero il sesto incontro, forzando la decisiva gara 7, in cui il manager Walter Alston avrebbe riproposto Koufax come partente, nonostante le misere due giornate di riposo. Il primo inning fu alquanto complesso poiché Sandy concesse due basi su ball, denotando problemi di controllo: Alston decise di mandare Drysdale nel bullpen, anche perché Sandy non riusciva a lanciare la propria curva con efficacia. Quella giornata fu estremamente difficile e faticosa, eppure Koufax seppe strabiliare gli appassionati per l'ennesima volta! I Dodgers vinsero 2-0, grazie ad una meravigliosa prestazione del pitcher di Brooklyn: dieci strikeout, tre valide ma sopratttutto nessun punto subito. Quando Koufax completò l'ultima eliminazione, si sentì liberato: non fece alcun gesto di esultanza, ma semplicemente strinse la mano ai suoi compagni.
Eletto per la seconda volta MVP delle World Series, Koufax era entrato di diritto nell'Olimpo del baseball, eppure questo non cambiò il suo modo di vivere: pur essendo diventato una celebrità, Sandy preferì rimanere in disparte, evitando di partecipare ad eventi pubblici, a differenza delle altre stelle dello sport professionistico; Koufax era talmente estraneo alle luci della ribalta che intorno a lui si formò addirittura un'aura di mistero.
Il 1966 si aprì con una diatriba nei confronti della dirigenza dei Dodgers, poiché Koufax e Don Drysdale chiesero un contratto da 100.000 dollari: non esistendo il concetto di free-agency, un giocatore restava legato ad una franchigia di appartenenza praticamente per sempre, quindi con quella protesta, i due pitcher rischiavano di essere esclusi dalla squadra per l'intera stagione.
Alla fine, Koufax e Drysdale vinsero la loro battaglia, ma dimostrarono con i fatti di meritare un contratto così remunerativo: Sandy totalizzò 27 vittorie (con 9 sconfitte), 317 K, 1.73 di ERA, ricevendo per il secondo anno consecutivo il Cy Young Award all'unanimità; mai in passato si era visto un lanciatore così intoccabile, così dominante, così superiore al resto della lega.
Eppure, nonostante le spettacolari prestazioni sul monte, la situazione fisica di Koufax non era certamente delle migliori: al termine di ogni partita, Koufax era costretto ad effettuare lunghi bagni ghiacciati al proprio arto sinistro per alleviare i fortissimi dolori al gomito; incredibilmente, Sandy lanciò per oltre 300 innings, nonostante tutti i medici gli avessero consigliato di limitarsi. Ad ogni modo, Los Angeles rivinse il pennant, superando ancora i Giants al termine di una stagione entusiasmante; purtroppo le World Series si rivelarono molto deludenti per i Dodgers, che furono umiliati 4-0 dai Baltimore Orioles, subendo tre shutout consecutivi.
L'annata si chiuse amaramente per Los Angeles, ma qualche settimana dopo sarebbe arrivata la notizia shock: il 18 novembre, Sandy Koufax annunciò il proprio ritiro. Aveva solo 31 anni e aveva dominato la National League come nessun altro pitcher in passato, eppure i dolori al suo braccio erano diventati insostenibili; la decisione non fu certamente facile, ma se Koufax avesse continuato a lanciare, avrebbe potuto rischiare danni permanenti all'arto sinistro.
"I don't regret for one minute the 12 years I've spent in baseball, but I could regret one season too many." Queste furono le parole del pitcher durante quella conferenza stampa. Inoltre, Sandy spiegò che il suo fisico non resisteva più alle massicce dosi di cortisone ed altri antidolorifici che era costretto ad assumere.
Complessivamente Koufax totalizzò 165 vittorie, 87 sconfitte, 2396 K, 2.76 di ERA, ma considerando solo gli ultimi 4 anni, il bilancio presenta 97 vittorie, appena 27 sconfitte, e un'ERA di 1.73; per 5 volte consecutive ottenne la migliore ERA della lega (record assoluto), per 3 volte lanciò più di 300 K, aggiudicandosi 3 Cy Young Award, 3 Pitching Triple Crowns, 2 MVP delle World Series e 1 MVP della National League. Risulta incredibile come abbia potuto dominare il baseball nonostante i fortissimi dolori.
Sul finire degli anni '60, Koufax fu nominato dai Baseball Writers of America sportivo della decade, mentre nel 1972, appena 36enne, fu eletto nella Hall of Fame, diventando il più giovane giocatore ad entrare nel prestigioso museo; ovviamente, il suo numero 32 è stato ritirato dai Los Angeles Dodgers.
Anche dopo il ritiro da giocatore, Koufax non cambiò il proprio stile di vita e restò sempre lontano dalle luci della pubblicità, limitando il più possibile le proprie apparizioni pubbliche. Finita la carriera, Koufax firmò un contratto con la NBC, l'importante emittente televisiva americana, per cui lavorò fino al 1973; sei anni dopo, Koufax fu nominato pitching coach per le minor leagues dei Dodgers, offrendo i propri servigi alla franchigia californiana fino al 1990.
Tuttavia, Koufax mantenne anche in seguito ottimi rapporti con la sua ex squadra, presenziando agli spring training dei Dodgers e dispensando consigli ed insegnamenti ai giovani lanciatori. Nel febbraio 2003, Koufax ruppe improvvisamente le relazioni con la franchigia californiana, quando sul New York Post, giornale controllato dalla News Corp (che detiene anche i Dodgers), apparve un articolo in cui si alludeva ad una possibile omosessualità del celeberrimo campione: soltanto un anno dopo, i rapporti tra Koufax e i Dodgers si sono rappacificati.
Tanti giornalisti e scrittori hanno cercato di scrivere una biografia sul grandissimo fuoriclasse, tra cui spicca ovviamente "Sandy Koufax. A Lefty's Legacy", scritto dalla newyorchese Jane Leavy. Questo libro ha riscosso un meritatissimo successo, ricevendo critiche estremamente positive.
In conclusione di articolo, è giusto ritornare sul Koufax lanciatore: dopo gli inizi difficili, Koufax raggiunse un tale livello, da essere giustamente inserito nell'Olimpo dei grandissimi pitcher delle majors, assieme a Cy Young, Walter Johnson e Warren Spahn; sebbene abbia usufruito del Dodger Stadium (un vero e proprio paradiso per i lanciatori) e disputato gran parte della propria carriera negli anni '60 (la decade dei pitcher per eccellenza), per molti critici il campione dei Dodgers deve essere considerato il miglior mancino nella storia del Major Leauge Baseball: non sorprende, quindi, che il lanciatore mancino titolare nella formazione ideale del XX secolo sia proprio Sandy Koufax, the man with the golden arm.
Citazioni (alcune provengono dal libro di Jane Leavy)
"Nothing is wrong with your eyes, Tony. You have the best eyes on the club!" (Non hai problemi di vista, Tony. Hai i migliori occhi della squadra) - L'oculista dei Minnesota Twins a Tony Oliva, scioccato dalle palle lanciate da Koufax.

"I don't know why or how! In thirty-one years, I've never seen anybody else that could do that!" (Non so perché o come. In trentuno anni, non ho mai visto un altro lanciatore in grado di farlo) - Doug Harvey (arbitro) sulla palla veloce di Koufax, che si alzava.

"If there was ever a better pitcher, it was before my time!" (Se c'è mai stato un lanciatore migliore, è stato prima del mio tempo). - Walter Alston, manager dei Brooklyn - Los Angeles Dodgers 1954 - 1976

"Hitting against Koufax is like eating a soup with a fork!" - (Battere contro Koufax è come mangiare una zuppa con una forchetta). - Willie Stargell, Pittsburgh Pirates

"I'm only surprised when someone gets a hit off him!" (Sono sorpreso soltanto quando qualcuno batte una valia su di lui) - Don Drysdale, Los Angeles Dodgers.

"He could pitch shutouts in a telephone booth" (Potrebbe lanciare shutouts in una cabina telefonica). - Hank Bauer, Baltimore Orioles.

"You could see his ball so well, but you just didn't hit it!" - (Potevi vedere la sua palla così bene, ma non la colpivi!) - Dick Groat, St. Louis Cardinals

"When Koufax got ahead of you on the count, your at-bat was over. If his first pitch was strike one, you might return to the dugout!" (Quando Koufax si portava in vantaggio sul conto, il tuo turno in battuta era finito. Se il suo primo lancio era strike one, potevi tornartene nel dugout) - Tim McCarver, St. Louis Cardinals.

Dialogo tra Koufax e il suo catcher Johnny Roseboro durante Gara 7 del 1965:
SK: Rosie, my arm's not right! My arm's sore! (Rosie, il mio braccio non è a posto. Fa male)
JR: What we'll do, kid? (Cosa faremo, ragazzo!)
SK: Fuck it! We'll blew them away! (... Li spazzeremo via!)

Dialogo tra Koufax e Jane Leavy riguardo Gara 7 del 1965:
JL: You were pitching on two days' rest and one of your two pitches wasn't working! (Stavi lanciando dopo appena due giorni di riposo e uno dei tuoi due lanci non funzionava!)
SK: Nothing worked that day! (Nulla funzionava quel giorno!)

 

-LA STORIA DI VIC POWER

Nato nel 1927 ad Arecibo, Portorico, perse il padre all’età di 13 anni, a causa di un incidente sul lavoro: da quel momento, messo da parte uno sbocciante talento artistico, incanalò la sua determinazione nel tentativo di diventare avvocato, con l’unico obiettivo di fare risarcire la propria famiglia dalla fabbrica in cui lavorava il padre.
A 18 anni però (siamo nel 1949) qualche scout aveva già preso appunti sulla sua abilità con guanto e mazza e, di lì a poco, si trovò a giocare in Canada per 800 dollari al mese. In quel periodo, a causa di un frequente errore di pronuncia che faceva suonare il suo nome come un termine sessuale francese, decise di adottare il cognome della madre e, quale Vic Power, fu firmato dagli Yankees e fece carriera nelle Big Leagues.
Le Pinstripes però non le indossò mai. Nonostante le ottime performance che metteva a segno ovunque la dirigenza newyorkese lo destinasse, la chiamata nell’olimpo del baseball continuava a non arrivare. Lo stesso Jackie Robinson criticò aspramente i rivali metropolitani, che ancora non avevano in roster giocatori di colore.
Il motivo non tanto nascosto che tratteneva gli Yankees dall’aggiungere il talentuoso giocatore alla propria squadra era che Vic non esitava a farsi giustizia da solo, usando i propri pugni per reagire ai frequenti lanci che gli venivano recapitati vicino al volto: un simile comportamento da parte di un nero non era tollerato e, ancora più malvista, era l’abitudine di Power di uscire con ragazze bianche.
Vic non era un sovversivo, soltanto proveniva da un paese in cui il colore della pelle non costituiva oggetto di discriminazione. I problemi maggiori si presentavano soprattutto durante gli spring–trainings, che si svolgevano nei tradizionalisti (fuor di eufemismo: razzisti!) stati del sud: niente taxi, niente ristoranti e alberghi separati per i neri, che non potevano nemmeno servirsi della fontana da cui si abbeveravano nel dug-out i compagni bianchi.
Una sera Power si presentò alla porta di un ristorante a Little Rock, Arkansas, e si sentì dire dalla cameriera: “Non serviamo negri!”.
La sua risposta fu: “Ottimo, io non mangio negri. Voglio riso e fagioli”.
La madre in Portorico, non poteva credere alle assurdità che leggeva nelle lettere del figlio, ma Vic era costretto a viverle quotidianamente: a nulla valeva agli occhi di un poliziotto bianco il fatto di trovarsi di fronte ad un Major Leaguer (i Philadelphia Athletics gli avevano permesso il salto), finchè il colore della sua pelle rimaneva scuro.
Così ecco Power condotto dinnanzi ad un giudice per aver attraversato a piedi con il semaforo rosso.
Sono Portoricano e sulla mia isola un bianco e un nero vanno a scuola insieme, ballano insieme e si sposano. Ma qui provo ad andare in un ristorante e c’è un’insegna che dice: solo per bianchi. E se voglio andare in un bar, o bere ad una fontana, o usare un bagno, vedo sempre quell’insegna: solo per bianchi. Così quando ho visto gente bianca attraversare la strada col verde ho immaginato che la gente di colore potesse attraversare solo col rosso.
La fantasiosa difesa del prima base indusse il giudice a chiudere il caso.
Difesa altrettanto fantasiosa di quella che mostrava in campo. Giocava la posizione di prima base profonda come nessun altro, ma era in grado di fare fronte alle numerose smorzate che essa induceva. Il suo enorme range gli valse diversi Gold Gloves. Iniziando le azioni, dal limite esterno della terra rossa, quando i suoi compagni di diamante si apprestavano ad effettuare l’assistenza si trovavano di fronte all’inusuale visione di un sacchetto di prima non difeso: Vic riuscì a persuadere il resto dell’infield a mirare alla base vuota, e dimostrò di essere in grado di raggiungere sempre l’assistenza e di maneggiare abilmente anche i tiri meno accurati.
Non riuscì invece mai a convincere i poliziotti che la Cadillac con cui girava per la città fosse di sua proprietà.
Un’altra peculiarità della sua difesa era quella di raccogliere tutto con la sola mano guantata: anche questa abitudine, assunta da ragazzo quando era ancora sull’isola natìa, gli costò feroci critiche da parte di chi riteneva che il gesto fosse un modo per fare lo sbruffone.
Con la mazza, dopo aver mantenuto cifre solide nelle minors, esordì con uno 0 su 16 contro l’ottimo staff di Cleveland (Garcia, Feller, Wynn, Lemon); a Chicago ottenne la sua prima valida e la conseguenza fu di sentir sibilare il primo lancio del turno successivo nei pressi delle orecchie. Nel ’55 fu persino in lotta per il titolo di migliore battitore con Al Kaline, ma perse contatto dal rivale nell’ultimo mese.
Una delle prodezze col bastone che ricorda più volentieri occorse a Mobile, Alabama, (terra d’origine di Hank Aaron e Satchel Paige), durante una partita di esibizione. Il pubblico di colore, costretto a seguire le fasi dell’incontro sotto il sole che martellava la tribuna segregata che li “ospitava”, andò in visibilio quando una linea di Power andò a divellere un’insegna pubblicitaria che recitava “taxi gialli per soli bianchi”.
Per il resto, il meglio di sé lo riservò nelle occasioni in cui incrociò gli Yankees che non lo vollero portare in Major.
Nel 1958 Vic si trovò probabilmente nel più grave incidente a sfondo razziale della sua vita: né l’ironia, né i pugni potevano essere usati in un clima di simile tensione. Era tempo di spring training, nel sud ovviamente, e durante il trasferimento in torpedone da Fort Myers a West Palm Beach, i giocatori richiesero una sosta per “cambiare acqua” presso una stazione di servizio a Lake Okeechobee.
Il custode lasciò utilizzare il bagno ai giocatori bianchi, ma non volle sapere di concederne l’ingresso a Power; Vic comprò una bottiglia di Coca-Cola pensando di utilizzare il vuoto per i suoi scopi fisiologici, ma al momento di riprendere il viaggio il custode pretese la restituzione della bibita non ancora finita. Power gli lanciò un quarto di dollaro come deposito, ma il gesto fu ritenuto oltraggioso: ben presto il pullman fu circondato da poliziotti che intendevano arrestare “il bastardo nero in fondo al bus”. Ad evitare il peggio fu l’intervento del lanciatore Bob Davis, studente in giurisprudenza, che riuscì ad ottenere il via libera solo dopo l’esborso di una grossa somma.
Nonostante l’ostilità che gli riservarono gli uomini in divisa (gli arbitri come i poliziotti), Power trovò comunque modo di divertirsi nel corso dei suoi 12 anni di carriera.
Il pubblico di Cleveland potè un giorno sentire le russate del suo compagno di stanza, che Vic si era premurato di registrare e diffondere tramite gli altoparlanti dello stadio; al cubano Tony Oliva, che leggeva il proprio nome sui giornali ma non conosceva l’inglese, faceva credere che Castro aveva emanato una legge che imponeva ai giocatori come lui di versare il 50% del proprio stipendio; e per un paio di anni fu in squadra con Jimmy Piersall, con il quale non c’era di certo di che annoiarsi.
I continui spostamenti che il baseball gli richiedeva, gli concessero l’opportunità di giocare con e contro diversi grandi giocatori; potè inoltre incontrare personaggi di spicco quali Kennedy e Fidel Castro ed assistere a concerti di artisti del calibro di Tito Puente, Lionel Hampton, Duke Ellington, Billie Holiday, Count Basie ed i Beatles.
Al momento di appendere guanti e spikes al chiodo rivelò anche di essere 4 anni più vecchio di quanto i suoi documenti avessero sempre riportato, a causa di una tardiva registrazione all’anagrafe portoricana 34 anni prima.
Martedì 29 novembre 2005 Power ha dovuto arrendersi a un rivale più forte: all'età di 78 anni si è spento, a causa di un cancro, nell'ospedale di Bayamon, sobborgo della capitale portoricana San Juan.

 

-LA STORIA DI DWIGHT GOODEN

Questa non è una storia a lieto fine. Questa, non è quel tipo di novella che si racconta ai bambini quando prendono in mano la loro prima palla.
Questa, è la storia di un ragazzo di 19 anni. Un ragazzo nel posto giusto al momento giusto, o forse, nel posto giusto al momento sbagliato.
Un ragazzo mandato a far luce nella New York della metà degli anni ottanta. Città buia quella New York, dove si ha persino paura di uscire la sera per andare a vedere la partita dei Mets o recarsi nel Bronx, allo Yankee Stadium.
Questa è una storia. Una storia dimenticata.
Questa è la storia di Dwight Gooden.
Lanciatore partente, è la quinta scelta assoluta dei Mets nel draft 1982. Inizia la carriera nelle Minors della Carolina League, lanciando in classe A per i Lynchburg Hillcats. Da lì il passo per la Major League sarà breve, nel 1983 chiude primo nella classifica per vittorie, ERA e Strikeouts, mettendo K 300 battitori in 191 inning giocati.
Nel 1984 è tempo di spring training e Dwight Gooden ha passato già troppo tempo in classe A.
Il 7 aprile i Mets sono a Houston, ed è la serata ideale per il suo debutto.
La partita indoor è scelta apposta per evitare che le possibili intemperie rovinino il gioiellino di New York. Quel giorno con 5 IP e 1 ER a soli 19 anni diventerà il più giovane lanciatore della National League a guadagnare la vittoria.
Fu la prima delle 17 vittorie del 1984, in un anno ricco di avvenimenti per il nuovo asso dei Mets.
Scelto per l’All Star Game è il più giovane giocatore a parteciparvi e al suo ingresso al quinto inning, elimina 3 battitori di fila per strikeout.
Settembre 1984 lo vede protagonista, in soli 10 giorni rompe il record di strikeouts per un rookie stabilito nel 1911 da Grover Alexander, ed eguaglia il record di 32 SO combinati in due partite consecutive. Per lui è la quinta partenza consecutiva con più di 10 SO.
A fine stagione 17 vittorie, 9 sconfitte, 2.60 ERA e 276 SO in 218 IP, gli valgono il soprannome di Doctor K e il premio di Rookie of the Year. Il più giovane nella storia a cogliere l’obiettivo.
Seguiranno un 1985 da CY Young con 24 vittorie e 4 sconfitte, 1.53 ERA, 268 SO e 16 Complete Games di cui 8 Shutouts.
Nel 1986 guiderà i Mets alla post season, non più strikeouts machine, chiude la stagione con 200 SO in 250 IP. Nonostante ottime prestazioni non otterrà nessuna vittoria nella post season, ma i Mets vinceranno lo stesso le World Series.
Fermiamoci qui per ora. Questa, l’abbiamo detto all’inizio, è una storia triste, piena di retroscena.
Questa, è una storia ambientata in una New York squallida, buia e divoratrice.
In quegli anni, i “go-go 80’s”, i Mets portano con se la reputazione di divertirsi anche fuori dal campo.
Droga, Alcool, donne e soldi sono alla base dei loro festini e quel ragazzo di 19 anni, si perché è di lui che narra questa storia, fu trasformato dalla stella del diamante, ad un fenomeno di attrazione.
In un mattino di primavera del 1987 i giornali intitolano a grandi caratteri “GOODEN K’D BY COCAINE”.
Doctor K questa volta si elimina da solo, risultato positivo alla cocaina, Gooden verrà riammesso solo a condizione che seguirà un programma di riabilitazione.
Torna in campo a stagione iniziata da due mesi, che finirà con 15 vittorie, 7 sconfitte, 3.21 ERA e 148 SO. Qualcosa è cambiato, Gooden stesso sceglierà dopo questa stagione di non essere chiamato più Doctor K, ma solamente Doc. Ormai non si sente più lo strikeout pitcher dominante di pochi anni prima.
Dal 1989 al 1994 continuerà ad essere al servizio dei Mets, qualche infortunio lo costringerà a qualche stop, ma tutto fa sembrare che Doc sia tornato ad essere un pitcher vincente.
Ma come un fulmine a ciel sereno, nel giugno del 1994, Dwight Gooden verrà sospeso 60 giorni per aver violato il programma di mantenimento della disintossicazione. Sospensione che sarà estesa a tutto il 1995, essendo risultato più volte positivo alla cocaina.
È la fine di questa storia, o forse no.
Nessuno più di Doc può riservarci un’altra sorpresa. Dopo più di un anno e mezzo, disintossicato, Gooden firmerà un contratto con i New York Yankees. Questa volta ad attenderlo c’è un ruolo nel bullpen, o forse no.
Il 27 aprile lo starting pitcher “CY Young 1994” David Cone manca la sua prima partita in nove anni. Un aneurisma alla spalla costringe Cone ad una operazione urgente. I giornali aprono in prima pagina con il titolo “Docs Find Cone Has Aneurysm” e “Doc replaces Cone”.
Così salirà sul monte di lancio ancora una volta, e alla prima partenza lancerà 6 inning con 1 ER e 7 SO senza ottenere la vittoria, che il bullpen non riuscirà a mantenere.
Con quella partenza tutti i media tornano a parlare di lui e la frase “The Doc is Back” è la più detta e ascoltata in quel momento.
Niente più del destino potrà essere portatore degli avvenimenti che si susseguirono.
L’anno è il 1996, a New York è l’anno del detto coniato dal seconda base Mariano Duncan e dal rookie shortstop Derek Jeter. Quel detto recita : “We play today? We win Today! That’s it!”.
Il 14 maggio del 1996 sarà un giorno speciale, i New York Yankees ospitano i Seattle Mariners.
Quello dei Mariners è forse il lineup più potente di tutta la AL. I nomi sono quelli di Alex Rodriguez, Ken Griffey Junior, Jay Buhner, Edgar Martinez, ma ancora una volta sul monte di lancio c’è Doctor K o Doc come vuole farsi chiamare, quel giorno avrà poca importanza, quel giorno il suo nome sarà Dr. No.
Ma fermiamoci un attimo, prendiamo fiato.
Dwight Gooden la sera prima non sa se potrà lanciare. Il padre è ricoverato in ospedale a Tampa per un intervento al cuore e Doc non vuole mancare, ha già ottenuto il permesso per allontanarsi dalla squadra, quando il padre parlando al telefono lo convincerà a lanciare. Gli dirà semplicemente “lancia, stasera non faranno niente. Prenditi cura dei tuoi affari e dopo verrai qui”.
Ora, però, è il momento della partita e Doc ritira tutti i giocatori effrontati per 8 lunghi inning concedendo solo 3 bases on balls. La partita è tesa, siamo sul 2-0 Yankees e il nono inning ha inizio.
Qualcosa sembra andare storto, Doc concede 2 bases on balls ed ha uomini in prima e seconda con un out. È il momento della verità , il pitching coach Mel Stottlemyre è costretto a fare una visita sul monte. Poche sono le parole che si scambiano, una pacca sulla spalla e lo stadio applaude, Doc è ancora lì.
È lì e fa capire subito a tutto il mondo del baseball che non ha intenzione di fermarsi a 2 out dalla storia. Il primo battitore che affronta dopo la visita del coach viene eliminato per strikeout. La folla è in delirio.
Ora è il momento della verità, è il sogno di ogni pitcher, essere ad un solo out dalla storia, ad un solo out da ciò che tutti i bambini sognano, il No-Hitter.
L'ultimo battitore è al piatto, Doc lancia e strike one, lo stadio è in trepidazione, arriva il secondo lancio, curva, e Paul Sorrento, batte un pop up in direzione del rookie shortstop Derek Jeter, la palla è alta, molto alta, sembra una eternità, ma Dwight già salta dalla felicità. E' l'ultimo out e il No-Hitter è storia.
Sarebbe il lieto fine ad una delle storie più turbolente, quelle storie fatte di emozioni altalenanti, di amore, odio e poi di nuovo amore, ma la realtà è crudele con il lettore.
Il mio arduo compito in questa storia non può fermarsi qui.
Questa storia, piena di retroscena è iniziata narrando così : "Questa, non è una storia a lieto fine", ed ora a me spetta l'infame compito di scrivere l'epilogo.
Dopo gli Yankees, Gooden giocherà in altre tre squadre, ma la sua carriera è ormai in netto declino, lo era già sin dai tempi degli ultimi anni passati con i Mets, e nel 2001 si ritirerà dopo essere stato tagliato dagli Yankees durante lo spring training.
Sarà l'inizio di numerosi problemi di droga e alcool, che lo vedranno coinvolto in numerosi problemi legali. Molte sono le volte in cui verrà fermato dalla polizia in possesso di patente scaduta e molte le volte dove offrirà resistenza al pubblico ufficiale. Verrà più volte ripreso per aver violato le norme che gli proibiscono l'utilizzo di sostanze stupefacenti ed infine il 17 marzo 2006, a cinque anni dal suo ritiro, entrerà in prigione per scontare un anno, tramutato poi a sette mesi.
Due mesi dopo, scontando la sua pena Doc dichiarerà "Non posso tornare qui... preferisco essere ucciso che tornare qui...se non ricevo il messaggio questa volta, non accadrà mai più".
Questa storia finisce qui, aggiungendo una frase di Mike Bauman che è su tutte l'epilogo perfetto:
"He was supposed to be a strikeout king for the ages. Instead, he became a cautionary tale about human frailty and the perils of instant stardom".
"Doveva essere il re dello strikeout nei tempi. Invece, divenne un racconto cauzionale sulla fragilità umana e sui pericoli della rapida celibrità"
Dwight Gooden è uscito di prigione giovedi mattina, ma questa, speriamo, è un'altra storia.

-testi dal sito www.playitusa.com